La storia di un tavolo

Raccontare la storia di questo tavolo è un po’ ripercorrere un pezzo di vita, fino al ricordo di mio padre Pino che, a tavola, ci faceva il gioco dei quattro coltelli reciprocamente sostenuti tra loro. E poi ci spiegava che è lo stesso principio con cui i bambini a due a due si stringono i polsi in una circolare reciprocità per costruire quella sorta di trono dove far sedere il terzo compagno. 

Tornando alla storia di questo tavolo è proprio in quello scorcio finale degli anni Trenta che il suo disegno comincia ad apparire in alcuni progetti di arredi: quello della villa Barozzi a San Remo o della casa Pedrini ad Almè, dove io stesso alcuni decenni fa riuscii a recuperare alcuni mobili prima della loro programmata distruzione. Ci sono poi progetti più definiti di questo tavolo in un arredo del Circolo Unione di Bergamo ma il disegno definitivo appare in un disegno esecutivo del 1948 dal titolo e destinazione indefinita “Tavolo in marmo dell’anticamera”.

Si tratta di un progetto fantastico e di una attualità sorprendente perché faceva nascere un’opera architettonica di grande vigore formale ricucendo tra loro un insieme incoerente di edifici nati quasi spontaneamente e in tempi successivi a fianco del laboratorio di marmista. Ma la nostra storia non può dilungarsi su questo progetto, perché è del tavolo che stiamo parlando. E Bugini di quel tavolo ancora conservava tre gambe in serizzo, pur non ricordando nemmeno lui stesso come avrebbero dovuto essere montate tra loro. Si trattava in verità di un’impresa impossibile in quanto la quarta gamba, fondamentale per costruire l’equilibrio dell’insieme, certamente spezzatasi, era andata inspiegabilmente perduta. Ma ormai il suo laboratorio era in dismissione e mi consegnò quel reperto architettonico che io feci poi completare in anni recenti dalla ditta dei bravissimi fratelli Remuzzi di Bergamo. Non vi dico per quanti anni quei pezzi di marmo rimasero nascosti nel capannone.

Questo “tavolo con le gambe a incastro” è infatti sotto tutti gli aspetti una vera e propria architettura: è geometria, è struttura, è sintesi di forma e di materiali. Noi architetti amiamo definire a parole il senso del nostro fare perciò vorrei dire che questo tavolo è una “tipologia” di tavolo, non è semplicemente un bell’oggetto, fatto di questo o di quel materiale, ma sembra esprimere appunto una “idea di tavolo”, diversa certamente da quella tradizionale ma non meno presente nella immaginazione collettiva. I principi logici e strutturali che si evidenziano nella sua immagine rendono “permanenti” quelle invarianti morfologiche che fanno di questo tavolo un “tipo”, così come per altro verso lo è il tavolo “capretta-fratino” o quello altrettanto tradizionale del tavolo da cucina, composto da un assito trasversale sui due longheroni laterali, a loro volta supportati e incastrati nelle quattro gambe tornite.

Anche per questo il carattere di questo tavolo, la sua individualità, rimane costante, anche al cambiamento di scala, mantenendosi inalterata non solo nella variazione di scala, ma anche nel cambiamento di materiali e di finitura. Certamente tra i vari prototipi che nel corso della mia vita ho voluto realizzare a partire da questa “idea di tavolo”, credo che il risultato più interessante sia il recente prototipo realizzato con malte ad altissima resistenza prodotte da Italcementi, con cui sono stati già realizzati altri oggetti d’arredo come la bella panchina rettangolare attualmente in commercio. Ma l’interesse di questa proposta non sta solo nella qualità formale ed estetica di un oggetto d’arredo, di un tavolo che può essere usato indifferentemente sia all’estero che all’interno come tavolo da riunioni o come tavolo da pranzo: ciò che lo caratterizza e lo rende unico nelle proposte odierne è la sua montabilità “a secco” e la altrettanto facile smontabilità.

Proprio per questo il peso del calcestruzzo non costituisce un handicap, ma un valore perché ne garantisce la stabilità, mentre la totale smontabilità sia delle gambe come del piano d’appoggio, garantisce la facilità trasporto, spedizione e commercializzazione mediante un packaging di facile maneggiabilità. Il fatto poi che non solo le gambe , ma anche il piano di lavoro sia facilmente smontabile a secco in pacchi di facile trasportabilità, lo rende praticamente unico. Non è facile infatti trasportare il piano di lavoro per un tavolo adatto a un numero di posti che può variare da 8 a 12 e che in oper a può raggiungere la misura di 168x168 centimetri, così come non è facile spedire un piano di tali misure. Smontandolo invece in dodici pezzi di centimetri 28x168 il tavolo può essere trasportato e spedito ovunque.

Scomposto in diversi imballaggi il tavolo può essere agevolmente maneggiato e si presta a una facile distribuzione. I pannelli che costituiscono il piano del tavolo sono realizzati con un calcestruzzo di specifica composizione che ottimizza il minimo peso con la massima resistenza. Si tratta nel caso specifico di calcestruzzi brevettati da Italcementi con il marchio i.design EFFIX, e i primi prototipi già realizzati sono prodotti dalla ditta di manufatti in cemento dei fratelli Antonioli Alessandro e Nicolò di Trescore Balneario (BG), la ARCHIFORM srl, che già produce e distribuisce la “panca Matilda” progettata da Italcementi, così come altri mobili di design. 

i.design EFFIX è una malta pronta all’uso che contiene il cemento premiscelato con sabbia, fibre e additivi necessari al suo confezionamento. Le fibre utilizzate sono di vetro resistenti agli alcali. Il colore base, avorio, ma la malta può essere addittivata con pigmenti minerali per ottenere i colori più diversi.

Articolo scritto dall'arch. Attilio Pizzigoni per la rivista ARK.

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